Dove lei non è

The stars are not wanted now: put out every one; pack up the moon and dismantle the sun; pour away the ocean and sweep up the wood; for nothing now can ever come to any good.

Potrebbe sembrare che ci siamo “abituati”, e non è affatto così. L’avvicendarsi delle stagioni e lo scorrere del tempo sfumano le circostanze, ma in realtà rendono più nitidi gli ingranaggi che lentamente stritolano e disfano la complessità del tentativo di pacificazione con se stessi e con l’esistenza. I vuoti che la tua scomparsa ha lasciato chiamano inesorabilmente altri vuoti, dissimulati da maldestri tentativi di fare spazio nella propria vita. Mentre ogni cosa vissuta con te resta intrappolata nei ricordi.
In realtà, non scompare solo un corpo, ma un intero universo. Un mondo fatto di parole, di carezze, di gesti. Persino di quei consigli ripetuti cento volte che ogni tanto stancavano e di quelle “manie” che ci facevano sorridere o scuotere la testa perché è così che li riconosciamo. È proprio ora che iniziamo a sentirne la mancanza in modo inverosimile.

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Ora che la tua/nostra casa è vuota, che quasi tutto è andato, che sono rimasti solo gli odori e le cose nella tua stanza, che abbiamo disperso nel mondo libri, abiti, oggetti, e stratificazioni di una vita, che abbiamo dato una mano di bianco alle pareti, strofinato pavimenti, bordi, angoli, ora che sono rimaste non le voci ma solo sospiri flebili, ombre che fluttuano al nostro passaggio, poche scatole in cui abbiamo raccolto fotografie e relitti spaiati. Ora che mentre riempivamo gli scatoloni ho continuato a salvare le cose che mi chiamavano, il libro dei castelli del Trentino, le fiabe di Andersen, il bloc notes con le tue ricette perché c’era quella della crostata di ricotta coi pezzetti di cioccolato e di cedro che tutti aspettano che io rifaccia al posto tuo. Ora che mi piacerebbe riavvolgere tutto il film e tornare a una cucina in cui sobbolle qualcosa in pentola, e il pranzo è quasi pronto, la tavola è apparecchiata, e tutto è perfetto come sempre. Ora che tutti capiscono che qualcosa nella mia testa non va ma non capiscono quanto sto male.

Mi ha telefonato M., solo per dirmi che ti ha sognata. Piccola, contratta come nel nostro ricordo, da sollevare come un bambino su un grande letto bianco con la tua fame d’aria come quando te ne sei andata. È scossa, si chiede cosa voglia dire, come tutte le persone a cui i sogni sembrano voler dire qualcosa. Ho pensato che non ti ho mai sognata, finora. Non sei mai venuta nel buio pesto delle mie notti o dei miei dormiveglia, e non sono brava a trovare ragioni e senso a quest’altra assenza.

Ti abbiamo portato fresie e girasoli, oggi, io ed E. È primavera, sai, di nuovo, con una luce e un calore inconciliabili con il freddo di lì dove tu sei. Non ci diciamo quasi nulla, mentre dividiamo i fiori tra te e babbo e una macchia di colori incongrua regala la vita al silenzioso esercito di sorrisi sbiaditi che ci circonda. Restiamo sgomenti a smozzicare semplicemente la nostra incredulità di fronte a un tempo enorme che ci pare piccolo e di cui ancora non ci capacitiamo. Penso sempre che siamo tutti in questo tunnel, e ci passiamo semplicemente il testimone. Pensavamo già a quando i nostri figli ritroveranno le foto che ti abbiamo affidato per il viaggio. Un tempo immobile che non potrà mai consolare.

Il vento caldo di questi giorni si è portato via il cartello del “vendesi” dal tuo portone. La tua/nostra casa chiede ancora tempo – ho pensato – non se ne vuole andare. Non eri d’accordo, lo immaginavo, se questo è un segno…

Ancora una volta gli strumenti che ci portiamo appresso sono di una puntualità incongruente. Compleanno di mamma, mi saluta il telefono quando lo accendo. Nessuno di noi ne fa parola, ma oggi – in luoghi lontani fra loro – stiamo pensando tutti alla stessa cosa: che non abbiamo una telefonata, un pranzo, una scenografia festosa da allestire o improvvisare, una sciocchezza qualunque che era poi un modo per riconciliare anche ciò che non andava, nei momenti difficili. Oggi il difficile è – ancora – accettare che tu non sei né sarai più. L’irreversibile, la trasformazione che conosce un solo senso di marcia e che ci trascina tutti.

Abbiamo fatto un passo atroce. Abbiamo affidato la tua/nostra casa alla corrente, le chiavi in mano a colui che cercherà per lei nuovi abitatori. Abbiamo cominciato a portar via le cose che ti/ci appartenevano, a trovare un posto possibile per quegli oggetti muti che dovrebbero avere una nuova vita. È che tutto non ci sta. Ogni tanto qualcuno di noi scava una nicchia e annuncia agli altri che ha trovato una collocazione per questo o quello, ed è un sollievo effimero di fronte alla certezza che dalle cose siamo destinati a prendere commiato. La casa perde un pezzo dopo l’altro. Sembra ancora più grande e il fare spazio aggiunge solo sgomento. L’unica cosa viva che è rimasta è il mare che si spalanca dalle finestre verso oriente, dal salone, dove socchiudo gli occhi e mi sembra di rivedere i fuochi di San Nicola per cui avevamo un posto in prima fila nella festa. Mi sembra poi di rivedere i tanti Capodanno in cui babbo allestiva lo spettacolo solo per noi bambini, cui era concessa una scorta sufficiente di girandole e scintille che si esaurivano troppo presto tra il buio e il freddo della notte. Socchiudo ancora lo sguardo e nel vetro del finestrone si specchiano le luci intermittenti del nostro albero di Natale grondante di riflessi e attese nella stanza in penombra. Ancora… no, è finito tutto, mi punge il naso l’odore del chiuso e della fine, mi punge la pelle l’umido della casa vuota, mi punge lo sguardo la postura manomessa dei libri rimescolati, spaiati e impilati che vorrei portare via tutti io e che invece – come membra disarticolate e offese – hanno smesso di raccontare il viaggio. Sì, l’unica certezza che ci appartiene è che veniamo interrotti prima di aver finito.

Ho paura, sai, mamma. È una cosa ingovernabile e strisciante e non ho nessuno a cui dirlo. Pensavo di non dover più entrare in un ospedale per un po’, dopo di te, per giunta come persona interessata. Invece no. Ho paura. E tu non lo sai.

Dopo un anno la tua assenza è una casa inabitabile… Siamo senzatetto. E mi sono convinta che non ci sia nulla oltre la soglia. …lambita da notti che tessono i fili spezzati di ritorni immaginari…Che non ci sia nulla nonostante ogni tanto mi sorprenda a credere che tu stia per tornare a occupare il tuo posto vuoto. …da visioni di vele irraggiungibili… Dove sei? Allora non è vera la favola che ci siamo raccontati e che ancora ci raccontano. Che ci sia un senso al nostro vivere, un senso nel viaggio, nell’attesa del giorno incognito in cui tutto si ricomporrà in modo intelligibile. …e dell’attesa di un Dio che scorga la nostra lacrima tra le infinite gocce lacerate dalle maree. Qualcuno oggi mi ha detto che ti sarebbero piaciute queste parole inconsuete, fuori dalle righe che si addicono alla ricorrenza. Ma ciò che ricorre è solo la nostra – la mia – impotenza di fronte al non senso. Forse in un anno ho cominciato a capire la tua rabbia, la stessa che rifiutavo quando c’eri. Non siamo niente, c’è di che impazzire.

Sono giorni terribili che mi hanno imposto di fare i conti con la tua assenza definitiva. Da sola. Prefigurazione di un destino che ci riguarda tutti e che sembra pesare in maniera insostenibile su questo passaggio, su questa soglia. Le lucine ondeggianti del Natale domestico incidono a vivo la pelle fragilissima della memoria. Sanguina ogni pensiero, soffocando nel pianto contenuto a stento.